Colloqui di lavoro o prove sul campo?

E’ di qualche giorno fa il post di Seth Godin sulla fine (auspicata) dei colloqui di lavoro modello conversazione uno a uno o uno a molti, seduti ad un tavolo. In sostanza Seth dice di provare sul campo le capacità degli aspiranti, non farsi semplicemente raccontare chi sono e quello che sanno fare. Non provare, quindi, la bravura nel sostenere colloqui bensì la bravura nello scrivere, ottimizzare per i motori, lavorare in gruppo, rispondere al telefono, ecc. E valutare non solo i risultati ma il processo (‘Not just the outcomes, but the process.’). Non solo il cosa, ma il come.
Difficile non essere d’accordo, ma direi che un modello integrato – colloquio e prova sul campo – sia un giusto ed efficace compromesso.

Anche se ricordo un’occasione in cui ho saltato in toto il colloquio e la prova sul campo mi è valsa un bel lavoretto. Ero ai primi anni dell’università e volevo togliermi il peso di chiedere a mio padre la ‘paghetta’ mensile. Stavo passeggiando per Venezia e ho visto i lavori in corso per l’apertura di una libreria (erano le prime Librerie Demetra, ora Giunti al Punto). Sarà stata la freschezza della gioventù 🙂 o l’esca di un lavoro perfetto per continuare a studiare, ma invece del classico ‘Posso lasciare un curriculum’, sono passata direttamente al ‘Posso aiutarvi’ e ha funzionato. A fine giornata il lavoro era mio e, con soddisfazione di entrambe le parti, ci siamo ‘aiutati’ per quasi un anno.

Certo, trasporre questo approccio kombat in contesti più formali e per ottenere ruoli di responsabilità non è altrettanto facile. Allo stesso modo non è semplice organizzare una prova completa e valida quando si è alla ricerca di professionisti formati con capacità e competenze varie. Ma sottoscrivo il Seth-pensiero e ci aggiorniamo sugli esiti!