Aziende italiane e digitale: due ricerche (e tanto bisogno di cultura e competenze)

In queste settimane sono state presentate due ricerche che analizzano la familiarità delle aziende italiane con il digitale: la prima è commissionata da Google e riguarda PMI, digitale e internazionalizzazione, la seconda è la nuova analisi dello IULM sul SocialMediAbility (quindi presenza, familiarità e livello di attività nei social network) delle aziende italiane, non solo PMI.

Mentre scrivevo questo post, Beppe Severgnini ha rilanciato con un tweet il dato sulle imprese italiane che hanno un sito, solo il 17% (lo riporta come dato Google, Inc.), contro un 34% della Spagna.

Solo il 17% delle aziende italiane possiede un sito internet http://t.co/mRLlJpbYYR #italians @corriereit

— beppe severgnini (@beppesevergnini) November 14, 2013

L’avere un sito non è una metrica esaustiva di valutazione, per molte attività locali una buona scheda su Google Places, completa e aggiornata, è più che sufficiente. Ma se meno di un’azienda su 4 ha la sua “casa online” – il sito è il primo strumento che solitamente si attiva – difficilmente su altri indicatori troveremo dati positivi.
Vediamo due aspetti salienti dalle ricerche.

1) Internet & Export – Il ruolo della Rete nell’internazionalizzazione delle PMI

Anche quest’anno Google ha commissionato una ricerca sullo stato del rapporto tra le PMI italiane e il digitale. La ricerca è stata curata da Doxa Digital e ha avuto un focus particolare sul ruolo della Rete nell’internazionalizzazione delle PMI. L’export – e in generale l’apertura a mercati esteri – è da un lato una vocazione storica, dall’altro un fattore di competitivà e successo per molte aziende italiane. Da qui l’interesse a farne un punto di approfondimento.

Il 34% delle PMI (Dati Unicredit 2012) ha un sito, ma soprattutto esiste una relazione positiva tra digitalizzazione, internazionalizzazione ed esportazione. In particolare, per le piccole imprese il digital sembra agire da facilitatore nei rapporti internazionali.

 

L’Executive Summary del report è scaricabile dal sito di Doxa Digital (.pdf) Il report completo è scaricabile dal sito di Doxa Digital

2) Il SocialMediAbility delle aziende italiane

Il 7 novembre lo IULM ha presentato la terza edizione dell’Osservatorio “Il SocialMediAbility delle Aziende Italiane” promossa dal Master Executive IULM in Social Media Marketing & Web Communication. Qui il focus sono i social media, le aziende coinvolte sono 720 tra grandi, medie e piccole, divise in 6 settori merceologici (moda, alimentare, hospitality, arredamento, pubblica amministrazione, banche).

Quello che emerge comparando i diversi anni è lo scarto di crescita tra le grandi aziende e le medie e piccole: le piccole che utilizzano almeno un social media sono cresciute del 7,5% arrivando a essere la metà del panel analizzato, le grandi del 24% arrivando a coprire più dell’80% delle aziende coinvolte. Come a dire, è una questione di dimensioni.

Quando dalla mia esperienza sono le medie e piccole imprese quelle che possono trarre i benefici maggiori dal digitale (disintermediazione, nuovi canali di vendita, internazionalizzazione, costi inferiori di accesso rispetto ad altre forme di comunicazione tradizionale, valorizzazione delle community spesso già esistenti offline, promozione delle specificità nelle lavorazioni e nel servizio, storia e tradizioni attraverso lo storytelling digitale).

Per scaricare l’infografica

Per richiedere la ricerca completa

Concludendo

Da ovunque si parta è evidente che c’è un ritardo cronico, non tanto nell’attivare degli strumenti (tanto per avere un’icona in più da esibire, meglio se social e colorata) ma nel capire quali benefici può portare il digitale all’azienda.

Come fare?

Sono fermamente convinta che solo passando dal trasferimento di cultura – all’imprenditore, soprattutto nelle piccole imprese – e dalla iniezione di competenze digitali in modo trasversale in azienda si possa generare cambiamento. Anche grazie a progetti illuminati come il Lab 2.0 (a cui partecipo come docente) che mette in un percorso parallelo di formazione frontale e on the job studenti universitari da un lato e imprenditori di PMI dall’altro, coinvolgendo università e associazioni di categoria.

Qualsiasi politica di digitalizzazione deve partire dall’apportare competenze e cultura, prima che finanziare dotazioni ICT o strumenti.

Da lì discendono investimenti, processi, innovazione.